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Ragazzi di vita in scena al Teatro Argentina di Roma

A coronamento ideale del percorso Il Teatro di Roma per Pasolini, la stagione 2016-17 del Teatro Argentina si apre con Ragazzi di vita, per la regia di Massimo Popolizio e con Lino Guanciale tra i protagonisti assieme a un folto gruppo di giovani interpreti. Un anno pasoliniano denso di appuntamenti, che simbolicamente si chiude con la messa in scena del primo romanzo edito del poeta corsaro: nel 1955 Ragazzi di vita diede scandalo con le sue storie di povertà e disperazione, in cui ragazzi nati orfani d’innocenza riversavano per le strade le loro vitalità emarginate.

Il Lenzetta, il Riccetto, il Caciotta: ragazzi delle borgate di periferia che parlano in dialetto romanesco e trascorrono le loro giornate alla ricerca di qualche soldo e nuovi passatempi. «In queste scene prevalgono una marcata gestualità e il parlato romanesco, o meglio quella singolare invenzione verbale, di gusto espressionista e non neorealistico, che Pasolini stesso definiva una lingua inventata, artificiale. Non è insomma la lingua in cui parlano effettivamente i ragazzi di vita, ma la loro lingua come viene percepita dal narratore, che è un uomo diverso da loro, e in tutti i sensi uno straniero», annota Emanuele Trevi, che ha curato l’adattamento drammaturgico. I ragazzi di Pasolini sono personaggi emarginati dalla città normale, degna e patinata. Agguantano la vita a piene mani e a pieni polmoni da un universo di fibrillazioni e vitalità anarchiche che è totalmente altro rispetto ai contesti borghesi, ai micro-cosmi protetti e istituzionali di lavoro o scuola.

In questo allestimento, «da una parte ci sono i ragazzi immersi in quello che fanno, e incapaci di vedere oltre alle immediate contingenze che li tengono impegnati. Dall’altro c’è questo straniero che li spia, e che a differenza di loro vede tutto, parla di Roma come se la sorvolasse come un uccello rapace o un drone. Ma non si accontenta di rimanere lassù. È attratto dal basso, dove brulicano le storie. E in queste storie è sempre presente, perché è lui a farle iniziare, a colmarne le reticenze, a rimetterle in carreggiata quando i loro protagonisti sembrano dimenticarsi di quello che stavano facendo e dicendo».

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