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Steven Spielberg: il regista statunitense compie 70 anni

Compie 70 anni il 18 dicembre il regista statunitense Steven Spielberg, padre di personaggi mitici come E.T. e Indiana Jones, punto di riferimento per tutta Hollywood.

Joan Crawford, l’ultima diva dell’epoca d’oro di Hollywood ormai anche lei sulla via del tramonto nel 1969, era indignata, non poteva accettare di essere diretta da un 21enne con un paio di cortometraggi alle spalle – “Firelight”, una specie di “Incontri ravvicinati” girato in famiglia, e “Amblin'” primo cimento con il 35mm, tanto apprezzato da valergli, poco più che ventenne, un contratto pluriennale come regista alla Universal. La Crawford diretta dal giovane Spielberg nella parte di una gentildonna ricca, cieca e spietata protagonista dell’episodio ‘Eyes’ in uno sceneggiato televisivo horror a più mani, si ricredette subito: “Mi fece pensare a tutti i registi con grande esperienza che però non avevano la sua ispirazione intuitiva e ripetevano stancamente la solita vecchia routine. Sapevo che aveva un grande futuro davanti a sé e glielo scrissi… “.

E il futuro non si fa attendere molto. La palestra della tv dura un paio d’anni in cui l’unico esperimento fuori dal perimetro del fantastico e del fantascientifico è “Un giallo da manuale”, il primo episodio della prima serie di “Colombo” con Peter Falk che qui consolida i proverbiali tic del cencioso, distratto ma implacabile tenente. Quando, diversi anni dopo, la serie arriverà con successo anche in Italia Steven Spielberg sarà ormai già riconosciuto come il più popolare tra gli autori della “nuova Hollywood”.

Spielberg aveva varcato i confini della tv nel 1971 portando “Duel”, thriller on the road diventato cult, con un inseguimento allo stesso tempo psicologico e mozzafiato, dal tubo catodico per cui era stato scritto al grande schermo e, nei 10 anni che vanno dalla metà degli anni Settanta alla metà degli anni Ottanta, conquisterà il grande pubblico proprio lavorando sui generi a lui più congeniali, l’horror, la fantascienza, il fantastico e l’avventuroso. Inanella così una serie di grandi successi sia come regista – “Lo squalo”, “Incontri ravvicinati del terzo tipo”, “E.T.”, i primi episodi della saga di Indiana Jones e lo straordinario “Gioco del bussolotto”, straordinario segmento nel corale “Ai confini della realtà” – sia come produttore: “Poltergeist”, “Gremlins” e “Ritorno al futuro” sono solo i primi di una lunga scia di blockbuster che lo vedono in cabina di regia. In questi anni una sola, ma esilarante, è la digressione nella commedia grazie a John Belushi che dirige in “1941 – Allarme a Hollywood”, catastrofico al botteghino negli Usa ma capace di portare alle stelle la sua popolarità in Europa.

Con “Il colore viola” nel 1985 seguito da “L’impero del sole” e “Amistad”, Spielberg allarga i suoi orizzonti iniziando a girare una serie di pellicole che toccano con magia i temi e le vicende umane più difficili e, pur continuando a cimentarsi nel cinema di genere meraviglioso e fantiascientifico (da “Jurassick Park” al kubrickiano “A.I. – Intelligenza Artificiale”, da “Hook” a “Minority Report” tratto dalla penna paranoica di Philp K. Dick), proprio da questa parte arriveranno, negli anni Novanta, i riconoscimenti e gli Oscar con “Schindler’s List” e “Salvate il soldato Ryan”.

Se Richard Dreyfuss e Harrison Ford sono stati i suoi più efficaci alter ego nei film “meravigliosi”, è certamente Tom Hanks il volto più “umano” di Spielberg davanti alla macchina da presa in un sodalizio che, oltre al soldato Ryan, ha prodotto piccoli capolavori come “Prova a prendermi” del 2002 accanto a un Leonardo Di Caprio già maturo, “The Teminal” in cui veste i panni commoventi di Merhan Nasseri, “eroe” del nostro tempo di migrazioni tra sicurezza e burocrazia, fino alla grande prova attoriale nel recente “Ponte delle spie”.

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