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Dal 14 febbraio, in memoria di Alessandro Fersen: La Lezione di Ionesco al Teatro Lo Spazio

Nell’era della comunicazione, dell’iper comunicazione e della post-verità, dal 14 al 19 febbraio al Teatro Lo Spazio va in scena uno dei testi che più di ogni altro anticipò l’identificazione del linguaggio come strumento di potere, violenza e sottomissione: La Lezione di Ionesco, secondo gli studi del maestro del teatro italiano Alessandro Fersen, con la regia di Fabio Galadini e con Erika Rotondaro, Simona Meola e Fabio Galadini.

“Un esperimento di teatro astratto e non figurativo” come lo definì lo stesso Ionesco in “Notes et Contrenotes” che – nel 1951 in maniera assolutamente innovativa – mostrò al pubblico l’ipocrisia dei legami sociali in un esercizio di potere compiuto attraverso la mistificazione del linguaggio.

Per allora una denuncia politica del nazismo come simbolo universale di ferocia autoritaria che partendo dalla “parola” giustificò i crimini più efferati, e oggi una denuncia tout court alla società della comunicazione.
In un ritmo incalzante fatto di ripetizioni sillabiche di suoni che soggiogano mente e corpo di personaggi e spettatori, “La Lezione” di Ionesco rivela ogni volta una diversa chiave di lettura: tra il potere, la sottomissione femminile e sociale, l’abuso, il sapere e la violenza.

Dietro un’apparente lezione si consuma un rito gotico e omicida che si ripete all’infinito sotto gli occhi complici della governante. Il linguaggio assurdo e paradossale amplia e dilata il gioco crudele che si instaura tra il professore e l’allieva. Un professore che insegna diverse discipline, un’allieva che vuole conseguire il dottorato totale e una governante che sorveglia lo svolgersi delle lezioni con frequenti incursioni in scena. Il dramma di Ionesco, uno dei maestri dell’assurdo, è una metafora sul potere esercitato attraverso l’uso della parola che poco alla volta annichilisce, diventando ripetitiva come in un rito e che sul finale diventa una danza macabra. Ne “La lezione” la parola perde senso, ritorna alla propria origine, cioè ridiventa suono e chi lo subisce può essere usato e manipolato. Oggi più di ieri piegati come siamo a miliardi di parole apparentemente significanti, pronunciate da parolai che detengono il potere.

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