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Scindere il binomio crisi-migrazione: l’integrazione nell’UE

Secondo la nuova relazione dell’Agenzia dell’Unione europea per i diritti fondamentali (FRA), il rischio di segregazione scolastica, discriminazione e restrizioni alla partecipazione politica può creare barriere insormontabili all’integrazione sociale dei migranti nell’UE. Tale relazione esamina le strategie d’integrazione adottate nell’UE, descrivendo casi concreti di successi e fallimenti della politica attuale, e propone cambiamenti al fine di costruire un’Europa più forte e coesa.

«I migranti che vivono nell’UE non rappresentano una “crisi”, bensì sono parte integrante della nostra società. Abbiamo bisogno di una nuova narrativa che ponga l’accento sui vantaggi che i migranti, i loro figli e i figli dei loro figli portano alle nostre società», afferma il direttore della FRA, Michael O’Flaherty. «L’integrazione è fondamentale per la nostra sicurezza e per la nostra democrazia.»

Nell’UE vivono circa 20 milioni di cittadini di paesi terzi. Molti vi si sono stabiliti e hanno fondato le loro famiglie.

Tuttavia, nonostante gli sforzi profusi a partire dal 2004 per seguire principi comuni in relazione all’integrazione nell’UE, gli Stati membri applicano ancora approcci ampiamente diversi per guidare e migliorare l’integrazione e l’inclusione nell’UE.

La relazione Together in the EU: Promoting the participation of migrants and their descendants (Insieme nell’UE: promuovere la partecipazione dei migranti e dei loro discendenti) individu a e confronta le politiche dell’UE nelle aree che sono importanti per un’efficace integrazione. Tali aree sono elencate di seguito:

Istruzione: in circa la metà degli Stati membri dell’UE, i figli di migranti sono vittime di segregazione scolastica, spesso nonostante gli sforzi delle autorità per evitarla. Questa condizione descrive una realtà preoccupante caratterizzata da migranti e nativi che vivono in due società divise.

Gioventù: meno della metà degli Stati membri ha dei piani di azione o strategie indi rizzati esplicitamente ai giovani provenienti da un contesto migratorio, nonostante sia riconosciuto il loro ruolo nell’evitare magirnalizzazione, alienazione e persino radicalizzazione.

Discriminazione: in 16 Stati membri non è prevista la tutela dei migranti contro la discriminazione sulla base della nazionalità o dello status di migrante, rifugiato o straniero, e questa mancanza può occultare casi di discriminazione etnica o razziale.

Lingua: pochi Stati membri offrono corsi a tutti i residenti con una competenza linguistica limitata, compresi i cittadini provenienti da un contesto migratorio. Al contempo, i programmi di apprendimento linguistico sono raramente legati all’occupazione e i corsi di lingue offerti sul lavoro o specifici per la professione non sono frequenti.

La relazione non esamina soltanto le politiche nazionali di integrazione e le strategie nell’UE che favoriscono la partecipazione sociale e politica dei migranti e dei loro discendenti, ma individua anche degli esempi di buone prassi che possono essere impiegate o adattate per l’implementazione in altri contesti nazionali.

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