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Piccola Orchestra Karasciò: online il video di “Tabula rasa”

Questo brano non è altro che un’idea assurda nata da un desiderio semplice: quello di poter scendere dal treno in corsa della vita per poter rifiatare, immaginando di cancellare dalla mente tutto quanto vissuto fino a quel momento, per riprendere una sorta di verginità intellettuale ormai perduta.
È un’idea folle e paradossale, siamo ciò che siamo anche e soprattutto per ciò che abbiamo vissuto, ma a volte il desiderio di resettare tutto è più forte di qualsiasi logica.
La canzone, da cui è tratto il nuovo video della band, nel 2017 è stata già finalista del Premio Bertoli e semifinalista al premio DeAndrè.

C’è chi racconta la fine dei vent’anni e chi ha già superato la soglia dei trenta e prova a descrivere che cosa c’è oltre il giro di boa. Come accade alla Piccola Orchestra Karasciò nel nuovo disco “Qualcosa mi sfugge” disponibile per Radiocoop da oggi in formato digitale su tutte le piattaforme e in formato fisico sul sito della band.
Anticipato dal singolo radiofonico con video “Luna”, il terzo lavoro della Karasciò racconta di aspettative mancate, traguardi raggiunti, pugni in faccia, piccole sorprese e grandi resistenze: il tutto mescolato in salsa folk-pop e sigillato dall’immagine firmata dal pittore Angelo Zanella, un gorilla fra il corrucciato e il pensieroso che con occhi vividi guarda davanti a sé ma anche un po’ a lato, perché sono tempi di grandi cambiamenti e qualcosa in fondo non torna.

Siamo noi quel Gorilla, la generazione di mezzo (ma di mezzo a cosa poi?), attori non protagonisti di un’epoca in transizione accelerata, precari nella vita prima ancora che nel lavoro, incerti sul futuro quanto sul presente e con un bel po’ di domande a cui dare una risposta. Domande che sono la testimonianza del nostro essere vivi, del nostro rimanere qui e pure del voler fuggire da qualche parte al riparo.

Di questo cantano i brani scritti in un periodo di tempo piuttosto ristretto da Paolo Piccoli con la solita perizia cantautorale da artigiano di parole. Canzoni poi affidate alle mani sapienti del resto dell’Orchestra, che fra chitarre elettriche e acustiche, fisarmoniche, bassi e batterie – ma anche synth, archi e fiati – ha trasformato queste undici piccole grandi riflessioni cantabili (e ballabili) in altrettanti episodi all’insegna di un suono che bilancia e controbilancia dosi ingenti di folk ruspante e scampoli pop a presa rapida.

Nasce così un lavoro capace di narrare quel qualcosa che sfugge quando non ci sentiamo mai del tutto adeguati dinanzi all’impossibilità di dare un senso a tutto quanto accade. Ma qualcosa sfugge anche nell’istantanea intuizione della tremenda bellezza del mondo, quello stare in pace con il tutto che ha un sapore spirituale (non religioso, spirituale) e ci attraversa come un brivido buono e caldo, per poi scomparire appena proviamo a comprendere che cosa è.

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