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Sentenza Punta Perotti: il commento di Antonio Capacchione

La Corte Europea dei diritti umani di Strasburgo, con una sentenza non appellabile, ha stabilito che le Autorità italiane non avrebbero dovuto procedere con la confisca di numerosi terreni per costruzione abusiva senza una previa condanna dei responsabili: la sentenza riguarda Punta Perotti (Bari), Golfo Aranci (Olbia), Testa di Cane e Fiumarella di Pellaro (Reggio Calabria).

Per i giudici le Autorità italiane hanno violato il diritto al rispetto della proprietà privata. La Corte Europea si è, poi, riservata di valutare l’indennizzo.

E’ una sentenza analoga a quella sempre della CEDU, sez. II del 10 maggio 2012, quando lo Stato italiano fu condannato al pagamento di una provvisionale di 49 milioni di euro per la confisca di Punta Perotti.

Ed è lo stesso principio adottato dall’altra Corte Europea quella di giustizia del Lussemburgo, il 28 gennaio 2016, nel caso Laezza sulla confisca delle attrezzature per i giochi.

“Abbiamo, da sempre, invocato questa giurisprudenza delle Corti Europee per contestare e contrastare il tentativo di mettere all’asta le aziende balneari italiane”, afferma Antonio Capacchione, Presidente del Sindacato Italiano Balneari/Confcommercio.

Abbiamo sempre sostenuto che in questo caso ci sarebbe una confisca illegittima.

Infatti, come riconosciuto anche dall’autorevole giurisprudenza del Consiglio di Stato (v. C.d.S. sez VI n. 4837/2011 ed altre analoghe successive), la concessione demaniale costituisce un presupposto indissolubilmente connesso all’azienda tal che il trasferimento di questa comporta anche il trasferimento di quella.

Con la conseguenza che la messa all’asta delle concessioni in essere, individuate e valorizzate non dalla Pubblica Amministrazione ma dagli attuali titolari o loro danti causa, comporta necessariamente il trasferimento dell’azienda ivi creata con conseguente suo esproprio sostanziale.

Il Governo italiano nelle impugnative alle leggi regionali e le Corti nazionali hanno sempre, sin qui, trascurato questo diritto dei balneari alla proprietà della propria azienda tutelato con fermezza dalle Corti Europee.

E’ stato miope e sbagliato pensare all’Europa, come sinora si è fatto, solo come concorrenza e non anche come tutela della certezza del diritto e di salvaguardia della proprietà aziendale.

“Per avvertire la follia dell’ipotesi di messa a gara delle concessioni sulle quali insistono le aziende balneari – conclude Capacchione – si pensi a quanto dovrebbe sborsare lo Stato italiano per la eventuale confisca di oltre 30.000 imprese regolari se per alcune palazzine, tra l’altro dichiarate abusive dai giudici italiani, è stato condannato al pagamento di diverse decine di milioni di euro”.

A prescindere dalla tutela e dalla salvaguardia dell’ambiente, che condividiamo, e sulle quali gli imprenditori balneari sono sempre stati in prima linea, in quanto il mare e la spiaggia rappresentano la principale materia prima.

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