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“Inverna” è il nuovo album della cantautrice Cristina Meschia

Dopo “Intra”, primo album cantato in dialetto in cui sono raccolte poesie popolari, canti e le tradizioni del suo territorio (Verbania), Cristina Meschia si cimenta in un nuovo progetto discografico, “Inverna”, in uscita a breve: un disco tra folk e jazz, composto da 9 brani arrangiati dal maestro, trombettista genovese Giampaolo Casati, che racchiude le tradizioni lombarde, i canti di protesta e contro la guerra (“E L’Era Tardi” di Enzo Jannacci), canti di lavoro (“Bella Ciao delle mondine” e “Povere Filandere”) ma anche canzoni d’amore (“Bell’Uselin” e “Oh Mamma il Muratore”) e la nostalgica ballata “Ghe Ammo Un Quaivun” di Nanni Svampa, con lo scopo di riscoprire ciò che costituisce una parte molto rilevante della cultura della Lombardia, una fotografia in bianco e nero resa a colori per essere tramandata con rinnovata freschezza, un andirivieni tra epoche, tra Milano e il Lago Maggiore.

Anni di lavoro, di approfondimento, di passione, una continua pulsione verso la ricerca delle tradizioni musicali ormai (quasi) perse che Cristina Meschia ha riversato in questo secondo album, un progetto che prende ispirazione dallo studio dell’antologia della Canzone Lombarda di Nanni Svampa, una raccolta musicale di dodici album interpretati dal cantante milanese che rappresenta una delle maggiori collezioni di studio sulla storia musicale e dialettale della Lombardia e della città di Milano in particolare, e da alcuni dischi de “il Nuovo canzoniere Italiano”, gruppo di artisti e studiosi che a partire dal 1962 a Milano diede vita a una rivista e a un gruppo musicale. Al NCI (e in particolare allo spettacolo “Bella ciao”) si deve la riscoperta e la diffusione di molti canti tradizionali e di protesta che rischiavano di essere dimenticati e che oggi sono popolari, come “Maremma amara”, “Sciur padrun da li beli braghi bianchi” o “Addio Lugano bella”.

L’album, il cui titolo è ispirato dal noto romanzo “Le stanze del Vescovo” di Piero Chiara (“l’inverna è il vento che nella buona stagione si alza ogni giorno dalla Pianura Lombarda e risale il lago per tutta la sua lunghezza”), apre con “E L’Era Tardi” di Enzo Jannacci, canzone che fu incisa da Jannacci – autore del testo e della musica – per la prima volta nel suo primissimo album, “La Milano di Enzo Jannacci” (Jolly, 1964; ristampato su etichetta Joker nel 1971). Poi “Bell’Uselin del bosc”, una delle canzoni popolari più famose, diffuse in tutta l’Italia settentrionale, ma presente anche nell’Italia centrale, in una versione amorosa milanese (Attilio Frescura e Giovanni Re) che nel 1859 subì un adattamento patriottico- garibaldino. Seguono la canzone d’amore “Oh Mamma il Muratore” e “Povere Filandere”, canto nato nelle filande del Bergamasco verso la fine del secolo scorso e poi diffusa un po’ in tutte le zone dove sorgevano questi stabilimenti (dalla Brianza al Cremonese, fino al Veneto): una testimonianza di una migrazione di manodopera femminile all’interno di quest’area dell’industria serica che, se non raggiunse le proporzioni del movimento stagionale delle mondine, ebbe comunque una certa consistenza. Poi “Bella Ciao delle mondine” nella versione più antica mai registrata del canto delle mondine. Era già cantata dalle mondine delle “Terre d’acqua” della bassa vercellese a partire dal 1906, quando riuscirono a conquistare il diritto alle otto ore lavorative. Qui, riaffiorano le eterne aspirazioni di giustizia e libertà. Si tratta con tutta probabilità della versione del canto delle mondine dalla quale si sviluppò il canto partigiano. “El Pover Luisin” è un canto lombardo successivo alle guerre d’indipendenza italiana: la versione che presenta Cristina Meschia risale circa al 1880. “Senti Le Rane che cantano” è uno dei più conosciuti e antichi canti di monda, sul ritorno dalla risaia dopo i 40 giorni della monda del riso. “El Piscinin”: dall’inizio dell’Ottocento era tradizione che a Milano vi fosse almeno un suonatore ambulante, armato di chitarra, che intratteneva nelle osterie fuori porta e veniva chiamato ad allietare le feste delle famiglie. Il soprannome tradizionale che costoro prendevano, uno dopo l’altro, era “Barbapedana”. L’ultimo ed il più famoso dei “Barbapedana” fu Enrico Molaschi, figura di snodo fra la canzone popolare e quella d’autore milanese. La canzone più nota di Molaschi è variamente chiamata El piscinin, De piscinin o Tant che l’era piscinin. Il disco chiude con “Ghe Ammo Un Quaivun”, malinconica e nostalgica ballata scritta da Nanni Svampa e i Gufi.

Al disco hanno lavorato il pianista e arrangiatore Gianluca Tagliazzucchi (piano e supervisione esecutiva), hanno partecipato poi Riccardo Fioravanti (contrabbasso e basso elettrico), Marco Moro (flauto), Manuel Zigante (violoncello), Umberto Fantini (violino), Julyo Fortunato (fisarmonica), e Alessio Menconi alla chitarra ospite di eccezione.

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