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Romaeuropa. Il corpo come archivio del tempo: Cina e Occidente si fondono nella danza di Wen Hui

Cineasta e coreografa tra le più rinomate in Cina, Wen Hui è alla guida della compagnia Living Dance Studio di Beijing con la quale porta avanti da dieci anni una ricerca incentrata sulla memoria e sulle possibilità del corpo di presentarsi come archivio della storia di un popolo.

Red – A Documentary Performance – In prima nazionale per Romaeuropa Festival al Teatro Vascello sabato 13 e domenica 14 ottobre – ci riporta nella Cina maoista degli anni Sessanta e Settanta utilizzando come punto di partenza il balletto “The Red Detachment of Women”, modello dell’estetica socialista e della sua rivoluzione culturale, con il suo mix di tecniche occidentali e tradizione cinese.

Hui porta in scena due generazioni di danzatrici che attraverso la loro presenza, i loro gesti ma anche video e interviste riempiono quel vuoto che separa le grandi narrazioni storiche dall’intimità. Chi ha vissuto quel periodo si confronta con chi lo percepisce come un’eco lontana.

“Nel 2013 ho iniziato a intervistare tutti i ballerini originali di The Red Detachment of Women, e anche il pubblico che aveva visto lo spettacolo all’epoca della Rivoluzione Culturale. – Racconta Wen Hui – Volevo capire come fosse cambiato l’approccio ideologico nel tempo. Sono più di dieci anni che il mio lavoro affronta la relazione tra la memoria del corpo, la storia e i cambiamenti sociali. Il corpo è un museo vivo, l’archivio del tempo. La vita, la storia lasciano segni indelebili su di esso. Quindi tutte le domande poste a questi ‘testimoni’ vertevano sul corpo, sul balletto, ma anche sulla vita degli intervistati, che fossero danzatori o spettatori. Le storie personali sono molto importanti perché costruiscono la Storia con la ‘S’ maiuscola. La nostra pratica è una forma di resistenza all’oblio”.

Tra documentario e performance lo spettacolo di Wen Hui riesce a far rivivere questo dialogo nel corpo, nel fare scenico.

“Nello spettacolo porto in scena una delle danzatrici originali della pièce. Ora ha 62 anni. Nel suo corpo è visibile questa nozione di archivio, quasi fosse un museo. E prosegue – Io ho 5 anni in meno di lei ma naturalmente questo prodotto della Rivoluzione mi riguarda personalmente, è iscritto nel mio corpo e nella mia storia, in quanto appartenente a una determinata generazione.

Sebbene non abbia avuto l’opportunità di danzare questo pezzo, esso ha rappresentato per lungo tempo il mio ideale estetico. Solo dopo gli anni Ottanta, quando la Cina ha iniziato ad aprirsi alle influenze esterne, ho cominciato a riconoscere i suoi aspetti propagandistici. Altre danzatrici, più giovani, offrono il punto di vista di una nuova generazione all’interno dello spettacolo. Una di loro ha 29 anni e la prima volta che ha visto il balletto lo ha ritenuto poco interessante, al limite della stupidità e senza alcun legame con la sua vita. Alla fine, però, sul piano puramente fisico è riuscita a rintracciare dei punti di contatto con il suo presente: l’educazione del corpo di un danzatore non è cambiata da allora”.

Così il palco del teatro si affaccia al mondo come visione di un’intera società e delle sue problematiche, come termometro per testare il valore dei gesti, delle memorie di ogni singolo individuo dinanzi alla storia.

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