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Benicio Del Toro
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Benicio Del Toro torna a Cannes

“Devereux mi piace perché era uno psicanalista democratico: aveva vissuto nelle riserve indiane e aveva regalato a persone dal retroterra umile la nobiltà dei personaggi di Thomas Hardy”. Così Arnaud Desplechin, a margine della conferenza stampa di presentazione di Jimmy P. (Psychotherapy of a Plains Indian), secondo film di un regista francese a passare in concorso sulla Croisette (dopo ‘Jeune & Jolie’ di Ozon), accolto anche questo dagli applausi al termine della proiezione della mattina per i giornalisti. A Cannes finora non si è fischiato nessuno.
Ispirato a una storia vera tratta dallo studio di un antropologo e psicanalista di origini ungheresi (Georges Devereux), Jimmy P. racconta l’efficacia del trattamento psicanalitico su un indiano d’America, Jimmy Picard, tornato dalla seconda guerra mondiale con una serie di disturbi psicosomatici. Disturbi che per i medici della clinica militare di Topeka (la prima in America a curare i traumi post-guerra dei soldati) afferiscono alla schizofrenia, salvo essere smentiti da Devereux, che curerà il paziente con il vecchio metodo freudiano riletto alla luce della propria esperienza etnografica: “Io stesso mi sono sottoposto alla psicanalisi – spiega Mathieu Amalric, che interpreta Devereux nella finzione – e mi si è aperto tutto un mondo. Un mondo di avventure, del tipo delle immersioni”.
Accanto ad Amalric, nel film c’è Benicio Del Toro, rimasto affascinato, confessa, “da una sceneggiatura convincente e dalla sfida di trovare l’accento giusto, di riuscire a entrare nella cultura indiana che sento molto vicina. Per anni ho vissuto la loro stessa condizione di estraneità”.
Jimmy P. pone l’accento in effetti proprio sul concetto di straniero, considerato come dice Desplechin, che è “la vicenda di due stranieri, uno originario del Montana, l’altro proveniente dalla Francia, che si ritrovano nel bel mezzo del nulla e si separano da americani. Quello che più mi ha impressionato della storia di Jimmy è il fatto che non fosse più tornato alla riserva dove era nato ma avesse deciso di voltare pagina andando a vivere a Seattle”.
Nel cast anche un’autentica nativa americana, Misty Upham – interpreta l’unica donna che Jimmy P. avrebbe amato per tutta la vita – che rompe il protocollo degli incontri stampa. Prima abbandonandosi a un entusiasmo genuino dichiara di essere “la prima nativa americana in concorso al festival di Cannes”. Poi, facendo arrossire il compagno di set, rivelando un segreto: “ci ho messo pochissimo ad innamorarmi di Benicio”.
L’altro film oggi in concorso è ‘Like Father, Like Son’ . Presentando il film, applaudito in proiezione stampa, il regista nipponico Kore-eda Hirozaku ha dichiarato: ”Il soggetto lo sento vicino, non sono più un figlio e sono diventato padre: credo che quella di raccontare la famiglia sia una scelta naturale”.
Prossimamente nelle nostre sale con Bim, ha per protagonista l’architetto Ryota (Fukuyama Masaharu, popstar in patria), agiato, rampante, con una moglie e un bambino, Keita. Ma un giorno la consorte Midori riceve una telefonata dall’ospedale dove aveva partorito: Keita non è il loro figlio, è stato scambiato alla nascita, e il loro bambino biologico vive in una famiglia modesta ma gioiosa…
”Mi focalizzo su questo padre oroglioso e mi chiedo come sia esserne figlio. Il confronto è con l’altro padre: Ryota è un vincente, l’altro, potremmo dire, un perdente, e anche le loro famiglie sono radicalmente diverse”, dice Kore-eda, presenza costante sulla Croisette, precisando di ”non aver voluto sottolineare le differenze tra due classi sociali, bensì di aver voluto accostare a Keita un padre agli antipodi che potesse garantirgli il maggiore shock possibile. Chissà, forse sono stato cattivo…”.
”E’ la storia di come si diventa padre”, aggiunge Fukuyama Masaharu, sottolinenando il ruolo giocato dall’improvvisazione, ”come fosse un concerto live”, nella recitazione dei bambini. Spiega Kore-eda, ”abbiamo creato una situazione prestabilita per vedere che avrebbero detto i due figli: non gli ho dato la sceneggiatura, i loro dialoghi sono spontanei, è stato un gioco più che recitazione, erano loro a suggerire le battute”.
Se Fukuyama confessa di ”non sapere che farei nella situazione del mio personaggio”, Kore-eda parla del suo cinema: ”Quando faccio un film, non penso al pubblico e al messaggio, lo faccio perch* ne ho voglia. Ma le reazioni degli spettatori mi insegnano molto, sono loro a dirmi che cosa ho messo nel film. Trovo conferma di quello che ho fatto”. (Adnkronos/Cinematografo.it)

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