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Roberto Vecchioni
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Roberto Vecchioni “Chiamami Ancora Amore”

Resistere ancora a chi vorrebbe ucciderci il pensiero: ieri indicando falsi miti, Toyota e Land Rover, oggi – più smaccatamente – gettando al vento libri e memoria.
Tenere stretto il fanciullino che abbiamo dentro: ed ancora con lui struggerci e gridare, sognare e
commuoverci. Insistere nel dire che il piccolo vale più del grande, nello scrivere che è guardandoci negli occhi che indeboliamo le paure, nel cantare che dentro l’umanità concreta di ogni singolo uomo e donna pure un attimo conta. Anzi: può addirittura accendersi d’eterno e stagliarsi inaspettatamente contro la verticalità incomprensibile del cielo, se è amore. Ecco. Il Il Roberto Vecchioni di oggi, 2011, è questo.
Meglio: Roberto Vecchioni, nel 2011, è ancora questo. Ma sempre più consapevole, felicemente ispirato, e fra le note di un nuovo, spiazzante capitolo del proprio testardo mettersi a nudo scrivendo e cantando.
Perché in Chiamami ancora amore il Professore mischia le carte. Si veste di parole nuove, si accompagna ad amici forse inattesi, regala nuova intensità pure a importanti intuizioni di ieri: e di altri. Addirittura a parole che egli stesso, ieri, scrisse per altri: come Il bene di Luglio.
Anche se tale azzardo, è chiaro, nasce dall’esigenza di sempre. Affrontare una volta di più la fatica e la gioia del vivere tramite le emozioni del cantarne.
Ma è proprio per appagare questa esigenza che il canto di Vecchioni, in Chiamami ancora amore, deve declinarsi in tanti modi. Nell’eleganza degli archi, nella vigoria delle ritmiche, nella semplicità colta di un pianoforte, nell’asciuttezza popolana di una chitarra.
Oppure in vocaboli gridati, in versi sussurrati, in corrosive denunce, nelle quotidiane,umanissime parole di un soldato innamorato.
Ed è proprio per appagare l’esigenza di sempre che in Chiamami ancora amore il cantare di Vecchioni è più esplicitamente cantare per vivere. Guardando avanti, a tutti i costi.
Anche se intorno c’è la notte delle idee, anche se sta facendosi sera perché comunque nessuno creda davvero che lui, poeta, “non ci pensi mai” ai giorni che incalzano. Finché ancora “batte il cuore” e allora guai a rinunciare a quel battito, ché in esso resiste lo slancio di cercare una madre, una meta… Di trovare, chissà, un senso.
Cantare, cantare ancora, invece. Anche prendendo strade impreviste o dicendo parole inaspettate. Cantare addirittura in chiave popolare, su un palco inatteso. Contro il rischio che il “sogno” della canzone che dà il titolo al disco, un brano che proprio su quel palco inatteso verrà presentato, un testo-summa dei valori di una vita, sia davvero un “sogno disperato”.
Tanto poi, in realtà, quest’ultima ipotesi non è affatto contemplata da Vecchioni: nel suo canto, grazie al cantare stesso. Non c’è disperazione in lui neppure ad interpretare le dolenti parole di Tenco, ché – pure lì – molto rimane del vivere. Quando a vivere almeno ci si è provati.
E dunque… “Che voglia di vivere, ancora”: eccolo, chiaro, il centro del nuovo percorso del Professore. Il grido personale di Roberto, il suggerimento di Vecchioni: per tutti coloro che presteranno attenzione a questo suo nuovo disco assorto e insieme ruvido, nei cui orizzonti variegati la sua canzone d’autore si arrischia – una volta di più – ad incontrare gli occhi del vivere. Qualunque esso sia, azzardando, senza timori.
Perché è evidente, ormai: potremmo avere veramente paura della vita solo qualora rinunciassimo ad incontrarla, a sfdarla, a… viverla. O qualora non riuscissimo più ad ascoltare chi, questo nostro vivere, ha l’esigenza ed il coraggio di cantarlo. Cantarlo ancora, cantarlo sempre.

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