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Non Voglio Che Clara
Non Voglio Che Clara

La settimana è firmata Tender

Li avevamo persi di vista, dopo quel gioiello di album intitolato “Dei cani”. A quattro anni di distanza, il pop ispirato dei Non voglio che Clara – che insieme a Baustelle e Virginiana Miller hanno segnato il rinnovamento di certa sofisticata tradizione musicale italiana – prende le sembianze di “L’Amore fin che dura” (Picicca Dischi / Sony).
“L’Amore fin che dura” è un disco caratterizzato da una bellezza algida ma dai suoni densi, dove ogni strumento e ogni soluzione stilistica sembrano mirare verso un obiettivo preciso. Dieci brani, dieci storie disincantate di cui “Le mogli” è compiuta rappresentante.
L’amore è un sentimento che consuma e si consuma, per questo è destinato a spegnersi. L’amore è una questione di tempo. Un tempo sempre diverso ma comunque finito, che può attraversare stagioni buone e guerre, ma che rimane soprattutto la storia di ognuno di noi. Per questo, nonostante il piccolo tributo morfologico alla più nota hit di Orietta Berti, “L’Amore fin che dura” esprime la necessità di non aspettare, di fuggire dalle convenzioni che determinano le nostre vite, di protestare per il vino e di sognare le donne di città.
Il quarto album dei Non Voglio Che Clara parte da qui, non è un concept ma ha tante caratteristiche che lo fanno sembrare tale: dieci storie idealmente vicine le une alle altre, nate insieme, negli stessi luoghi e in un tempo contenuto. Non era mai successo prima, nella quasi decennale discografia della band veneta.
Storie che hanno un filo conduttore, e ad una prima occhiata lo si può già notare nei titoli, tutti rigorosamente formati da articolo determinativo più sostantivo quasi a sottolineare l’impulso unitario da cui sono partite, quasi per ricordare gli incipit incatenati di Calvino.
Ma il vero leitmotiv sono i toni chiaroscuro con cui Fabio De Min ha deciso di colorare le sue canzoni, il realismo disincantato che permea ogni azione dei personaggi che animano questi trentacinque minuti di musica, la tranquillità apparente dietro cui si celano i tradimenti di una futura coppia (“Le Mogli”), le attese di un uomo (“Lo Zio”), le convinzioni di una donna.
Sono istantanee allo stesso tempo reali e metafisiche, in cui ritrovare le famose “coltri di grigia quotidianità” ma che sottintendono qualcosa che non conosciamo del tutto, che fuoriesce dal minutaggio delle canzoni, dalle note, dalle parole (“Il Complotto”). Più che ricercare delle influenze musicali, “L’amore fin che dura” omaggia P.K. Dick, Raymond Carver, Edward Hopper.
E poi c’è quella matrice elegante che da sempre marchia la musica composta dai Non Voglio Che Clara, una bellezza algida ma dai suoni densi, dove ogni strumento e ogni soluzione stilistica sembrano mirare verso un obiettivo preciso, focalizzato: che sia l’elettronica di “L’Escamotage” o l’arrangiamento di fiati de “Gli Acrobati”, ogni componente è funzionale per tratteggiare il suono di De Min e soci, che così possono prendere spunto dai Beach Boys per parlare in “La Sera” di uno dei due omicidi presenti nel disco, insieme a quello nella pianocentrica “La Bonne Heure”.
O ancora, possono partire da Neil Young passando per territori più consoni a Lucio Battisti (“Le Anitre”). Ma sono suggestioni più che vere influenze, sensazioni e non certezze. Quel che è certo è che gli ultimi due capitoli del disco rappresentano le eccezioni che confermano le regole ferree che tengono insieme “L’Amore Fin Che Dura”: se “La Caccia” è una canzone abbozzata qualche anno fa e che già rischiava di essere inserita nel precedente album, “I Condomini”, scarna e acustica com’è, si avvicina all’essenza di un folk dritto e pulito che Fabio De Min si è portato dentro la custodia della chitarra quando ha cominciato a scrivere i brani di questo disco.
Come a dire “siamo partiti da qui”. Poi sono arrivati gli altri tre compagni di viaggio Marcello Batelli, Martino Cuman e Igor de Paoli; i vari studi di registrazione, Giulio Ragno Favero che ha suonato, registrato e coprodotto il disco e che sarà in tour con la band; alcuni importanti ospiti tra cui Rodrigo D’Erasmo e Paola “Dilaila” Colombo.
Giovedì 27 febbraio 2014 – apertura ore 21,30 – concerto ore 23
Tender Club – via Alamanni, 4 – Firenze
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Arezzo Wave li ha portati fino a New York mentre la rivista britannica NME li ha scelti per il suo special party…. Adesso per i romani Boxerin Club è tempo dell’album di debutto, “Aloha Krakatoa”, un mix di pop/rock, world music e ritmiche selvagge.

“Aloha Krakatoa” prende il nome dell’isola/vulcano indonesiana che, esplodendo il 27 agosto 1883, provocò il rumore più forte mai udito sul pianeta: l’intenzione del disco è quella, un’esplosione di colori, trombe, chitarre, percussioni e voci per far ballare, cantare e sognare.

Questo lavoro corona un 2013 pieno di soddisfazioni: un lungo tour italiano culminato con l’apertura agli inglesi Egyptian Hip Hop, l’invito al Music Italy Show di Bologna, la vittoria del premio Sonic Bids all’Arezzo Wave Festival e la conseguente partecipazione alla Cmj Marathon di New York. Ancora: il concerto improvvisato per P. Diddy in strada sempre nella Grande Mela, infine l’uscita del primo singolo “Caribbean Town” che li lancia e prepara a un 2014 da nuovi protagonisti della scena musicale.

Al loro fianco in studio Marco Fasolo già cantante, chitarrista e autore dei brani dei suoi Jennifer Gentle, prima band italiana a uscire per Sub Pop. La produzione avviene in analogico, su nastro, in presa diretta, per lasciare ai brani la spontaneità e la carica del concerto dal vivo, punto di forza della band. Il risultato è un disco caldo e psichedelico ma allo stesso tempo pop, cantabile e melodico.

Come dice la band “è un lavoro di world pop” e aggiunge “non volevamo un vestito cucito addosso, ma l’urgenza che sul disco venisse mantenuta, integra la nostra attitudine pulsante e viva, senza l’utilizzo di filtri. A modo nostro abbiamo cercato di trasmettere a tutti voi la voglia di evadere dal vostro contesto giornaliero, anche solo per un’ora di musica, e proiettarvi in un luogo che magari non avete mai visto ma che vi fa sentire vivi.”

“Bah-Boh” è l’ultimo brano ad essere stato scritto e il primo del disco, forse quello dove si sente più la mano del produttore, è la dichiarazione d’intenti di Aloha Krakatoa: rock psichedelico che si lascia volentieri cantare e ballare. Si continua con il ritmo e le percussioni di “Caribbean Town”, passando per la danza di “It Takes Two To Tango” e la malinconia pop di “Clown”, fin quando arriva la marimba di “(Boys Are Too) Lazy” a ricordarci che questo Aloha Krakatoa è un disco world pop di evasione, vario e ricco di diverse sfaccettature e c’è spazio anche per le fredde colline di “Northen Flow”, dove l’orecchio e il corpo si finalmente si rilassano.

Pronti via e si riparte con le trombe di “Hedgehogs”, pezzo più datato e bandiera dei Boxerin Club vecchia maniera: freschi, folk e dinamici. Con “Clouds’ll Roll Away, “Try Hocket” e “Golden Nose” siamo di nuovo in spiaggia con i Talking Heads di Naked, Paul Simon di Graceland e i newyorkesi Dirty Projectors. Ma nulla fermerà questa danza, il viaggio è infinito e l’infinito non può essere descritto per intero: “Black Cat Serenade” entra e non finisce più, la sua coda strumentale ci riporta al centro del mondo, dove tutti i giorni è carnevale e l’eterna danza non può che crescere e aumentare, aumentare fino a far esplodere il vulcano Krakatoa. Per sempre.
Venerdì 28 febbraio 2014 – apertura ore 21,30 – concerto ore 23
Tender Club – via Alamanni, 4 – Firenze
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La passione per i b-movies e per certa letteratura noir, incendiata da un garage rock ruvido e incalzante, per non parlare dei live selvaggi, delle tastiere acide e delle chitarre dirompenti. Immaginate una sorta di Calibro 35 in salsa francese. Solo che i francesi Les Tigres Du Futur ci erano arrivati con una quarantina d’anni di anticipo.

Una sorta si ritorno al futuro, quello di Jo-Bernard Castagneri e compagni, fortemente voluti e infine ottenuti dal Tender Club, per il sabato primo del mese di marzo.

Il disco “Collection Illusions Sonores Volume 1” avrebbe dovuto vedere la luce nel 1972, ma la storia del rock è sempre stata costellata da artisti dal percorso sotterraneo, che senza mai arrivare al gran giorno hanno influenzato decine di formazioni e generazioni. Castagneri è tra questi. Un eccellente oublié delle enciclopedie della musica che come un Doc del cinema ha continuato ad lambiccare suoni e nastri nel suo rifugio. Fino all’anno di grazia 2013, quando l’album è stato finalmente pubblicato.

Dove finisca la leggenda ed inizi la storia, nessuno e in grado di dirlo. Resta un sound ben congegnato e ottimamente interpretato che veleggia sul surf sci-fi dei Man Or Astro-Man?, sul funk urbano del James Taylor Quartet e sulle atmosfere occulte dei Goblin.
Sabato 1 marzo 2014 – apertura ore 21,30 – concerto ore 22
Tender Club – via Alamanni, 4 – Firenze

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