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Il 'Jobs act' passa alla Camera con 316 si' e 6 no

Il ‘Jobs act’ passa alla Camera con 316 si’ e 6 no. Ma anche, a complemento di quello striminzito numero di no, con l’uscita dall’Aula delle opposizioni e, insieme a loro, di una nutrita pattuglia di deputati Pd, che manifestano cosi’ il loro dissenso e sanciscono quel disagio che ha accompagnato l’iter del provvedimento. Sono in tutto 40 i deputati del Pd che non hanno partecipato al voto e, fra questi, sono 7 gli assenti e 29 i firmatari del documento che mette nero su bianco le ragioni del dissenso. Quanto ai 6 no, si tratta di Pippo Civati e Luca Pastorino (Pd), Claudio Fava (Misto), Mauro Pili (Misto), Mario Sberna di Per l’Italia e Francesco Saverio Romano (FI). Si sono astenuti i deputati civatiani Paolo Gandolfi e Giuseppe Guerini. “Grazie ai deputati che hanno approvato il Jobs Act senza voto di fiducia”.

Matteo Renzi affida a Twitter il suo commento.
“Adesso – prosegue il presidente del Consiglio – avanti sulle riforme. Questa e’ la volta buona”. A caldo, il segretario Pd aveva scelto di ritwittare un messaggio del gruppo Dem alla Camera per sottolineare che la riforma porta “piu’ tutele, solidarieta’ e lavoro” Quanto alla spaccatura nel Pd, “il fatto che 29 parlamentari del Pd abbiano condiviso un giudizio negativo sul merito del jobs act e non abbiano partecipato al voto finale e’ un fatto politico rilevante”, anche se “Civati e due o tre dei suoi hanno votato contro”, rivendica Stefano Fassina. “Nessuna polemica verso chi, nel voto finale, ha compiuto una scelta diversa. Abbandonare l’aula, per parte nostra, avrebbe significato non solo misconoscere i risultati che abbiamo ottenuto, ma far mancare il numero legale, impedire l’approvazione del provvedimento e costringere il governo a trarre immediatamente le dovute conseguenze. Non e’ questo che serve al Paese e non e’ in questo modo, a nostro avviso, che le cose possono migliorare”, e’ invece il segnale che arriva da Area Riformista. In tutto questo, aveva fatto sentire la sua voce anche Pier Luigi Bersani, assicurando un voto a favore, “per convinzione o per disciplina”, a seconda delle parti del Jobs act in questione, ma rivendicando anche la necessita’ di “lasciare alla sensibilita’ di ciascuno” se seguire o meno le indicazioni di partito.

“Tra il bicchiere mezzo pieno e quello mezzo vuoto – spiega ancora l’ex segretario Dem – ciascuno sceglie con la sua sensibilita’”. Non resta con le mani in mano M5S, che sceglie l’ennesima ‘provocazione’. “Col voto finale sul Jobs Act, Matteo Renzi condanna a morte i lavoratori italiani. Il Jobs Act riduce i diritti, riduce in schiavitu'”, dicono i deputati Claudio Cominardi e Tiziana Ciprini, insieme al capogruppo M5S al Senato, Alberto Airola, in una conferenza stampa ‘bendata’, poiche’ scelgono di tenere gli occhi bendati da un fazzoletto bianco con la scritta ‘licenziAct’. Perche’, accusano, il Jobs Act viene approvato alla cieca in un “caos dove i parlamentari hanno votato al buio affidandosi ad un cane guida”. E di lavoro oggi ha parlato anche il Papa, a Strasburgo. C’era anche Matteo Renzi che condivide il richiamo di Bergoglio e, pur sottolineando di non voler estrapolare singoli temi fra quelli affrontati da Francesco nel suo discorso, osserva che il Pontefice “ha senz’altro detto che occorre tenere insieme nuove forme innovative di flessibilita’, stanti i tempi che viviamo, con la necessaria stabilita’ del posto di lavoro: ed e’ esattamente il senso e il princiio di quello che noi stiamo facendo in Italia”.

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