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I Loveless Whizzkid presentano su Radio Web Italia ‘Name Improvements For Everyday Stuff’

Uscirà mercoledì 28 ottobre Name Improvements For Everyday Stuff, il nuovo lavoro dei Loveless Whizzkid.

I cinque brani dell’EP, profondamente diversi tra di loro ma legati da una coerenza granitica, scorrono come i movimenti di una composizione classica, musica da camera per sale da concerto sotterranee e molto rumorose.

Un disco genuinamente suonato, urlato e sudato che chiede solo di essere ascoltato e riascoltato al massimo volume possibile.

Abbiamo avuto il piacere di intervistare il gruppo dei Loveless WhizzkidDavide Iannitti (chitarra e voce), Gabriele Timpanaro (basso) ed Enrico Valenti (batteria) – per saperne di più sul nuovo progetto discografico e i prossimi impegni.

Ciao ragazzi e benvenuti su Radio Web Italia! Iniziamo un pò dal principio: come ha avuto inizio il progetto dei Loveless Whizzkid?

Davide: Il primo giorno di liceo io ed Enrico ci siamo trovati per caso compagni di banco. Abbiamo cominciato a suonare, se così si può dire, io al banjo e lui componendosi una specie di batteria utilizzando una bicicletta e gli scatoloni del detersivo (tutto vero!). Gabriele è arrivato un paio di anni dopo, e abbiamo cominciato a suonare nella soffitta di mia nonna. Da allora sono passati ormai più di dieci anni!

Enrico: Eravamo giovani, non sapevamo che fare ed alternavamo l’onanismo spinto a cercare di andare in sala.

Gabriele: Io non userei il termine progetto, mi puzza di qualcosa che abbia uno scopo predefinito. Per quanto mi riguarda L.W. è quel mondo che si è creato nel sottotetto di casa di Davide tra l’odore di naftalina e il rumore sordo degli strumenti che risuonavano in quella stanzetta umida.

Come si è evoluto durante gli anni?

Davide: In tutti questi anni abbiamo costruito poco a poco un nostro modo di intendere i brani e di incastrare i suoni. Ormai nel lontano 2010 abbiamo piazzato la prima bandierina con la registrazione del nostro primo album, e da lì abbiamo potuto cominciare a lavorare su nuovi brani con una maggiore consapevolezza. Noi stessi eravamo più compatti, e credo che questo si senta sia nella composizione sia nell’esecuzione di questi nuovi pezzi.

Enrico: Abbiamo lasciato al caso, un po’ come la storia del gatto vivo-morto di Schrodinger.

Gabriele: Con il tempo si cambia, abbiamo iniziato a suonare insieme da ragazzini, semplicemente si cresce e la musica sta accanto a noi a seguirci passo dopo passo.

Tanti anni passati a suonare insieme, quanto è importante il feeling umano e artistico per sviluppare un progetto come il vostro?

Davide: Credo che sia una cosa assolutamente fondamentale. Anche se molto ragionata, la nostra è e deve essere una musica prima di tutto diretta ed istintiva, e dobbiamo essere molto bene in sinergia sia per svilupparla sia per suonarla poi dal vivo. Abbiamo sempre lavorato parecchio sui brani prima di considerarli chiusi (anche anni) e non ci basta “seguire lo spartito” per rendere ciò che vogliamo quando li suoniamo e per tutto questo il feeling artistico, e ancor più quello umano, fanno veramente la differenza. Sul palco questo succede quasi sempre. Fuori dal palco, chi ci conosce forse si chiede spesso perché ancora non ci siamo trucidati a vicenda.

Enrico: Per niente: cogliamo qualsiasi occasione per avere discussioni. Buona parte delle quali sono inutili, ma portano comunque a malumori.

Gabriele: Bella domanda…

Il 28 ottobre esce ‘Name Improvements For Everyday Stuff’, il vostro secondo lavoro discografico. Prima di tutto da quale idea nasce la scelta del titolo?

Davide: Me ne assumo la responsabilità… Come per il nostro primo disco, “We were only trying to sleep”, non avevamo proprio idea di quale titolo utilizzare. Nessuno dei due è un concept-album o qualcosa di simile, i brani hanno tutti la propria identità, e risultava veramente difficile trovare un’idea che li tenesse insieme. In entrambi i casi abbiamo utilizzato il primo titolo che abbiamo ritenuto “giusto”, inizialmente accettandolo con riserva e aspettando alternative che non sono mai arrivate.

Se per il primo album il titolo rendeva comunque la base “onirica” che caratterizzava un po’ tutti i brani, in questo caso la scelta era parecchio più difficile. Poi è capitato che, vagando sulla rete probabilmente a notte fonda, mi sono imbattuto in un post di 9gag con quel titolo, ed è stato amore a prima vista (se non conoscete 9gag andate subito su 9gag – questo vi rovinerà la vita ma non ve ne pentirete – si può fare pubblicità?) Onestamente non so ancora bene che cosa significhi per noi, e forse proprio per questo mi piace assai.

Gabriele: Credo sia il titolo del film porno preferito da Davide.

Quali sono le cose di cui andate fieri di ‘Name Improvements For Everyday Stuff’?

Davide: E’ tutto nostro, è questa la cosa di cui vado più fiero. Inizialmente ho dovuto un po’ combattere per lavorare in questo modo all’EP. Ho lavorato a questo disco per praticamente due anni, è stata la mia prima vera esperienza di registrazione in autonomia, ho fatto una quantità di errori sufficiente a riempire un librone di “cose da non fare mai più”, ed anche questo mi ha arricchito parecchio.

Il disco poi suona come volevamo farlo suonare. Non suona “bene” nel senso comune del termine, avremmo sicuramente potuto registrarlo “meglio”, ma poi non saremmo stati “noi”. I pezzi suonano come mi giravano in testa mentre nascevano, e non riesco ad immaginare qualcosa di più importante per un prodotto musicale.
Sono anche molto soddisfatto dei testi. Quando abbiamo cominciato a registrare ne avevamo solo due su cinque. La ricerca dei testi ha sicuramente allungato a dismisura i tempi di lavorazione, ma visti i risultati credo che questa sia stata un’ottima cosa.

Gabriele: Il timpano…

Invece, come è nata l’idea della copertina dell’EP?

Davide: Appena chiusi i mix, abbiamo subito ricontattato Orazio Marino, già autore della bellissima copertina del nostro primo album, ma le prime proposte non ci convincevano a pieno. Anche per questo mi prendo la responsabilità di essere stato cocciuto, maniacale ed anche – diciamolo – particolarmente antipatico, ma credo che il risultato sia davvero meraviglioso.
Verso luglio ho dato ad Orazio una vecchia foto a qualità scarsissima che avevo fatto molti anni fa, che raffigurava la testa di un cavallo a dondolo o qualcosa di simile, e lui ha tirato fuori una copertina incredibilmente magica, intensa ed anche violenta, che secondo me si adatta perfettamente alla musica nel disco (e che nei nostri cd in formato 7” rende ancora meglio!)

Gabriele: Sette anni fa Davide si fece un Trip… credo fu una visione…

Parlando sempre del nuovo lavoro: c’è un brano a cui siete particolarmente affezionati e per quale motivo?

Davide: Per me tutte le strade portano a Home-made messiah, l’ultima traccia del disco (che per tutti noi è nota come “la schiacciasassi”). Innanzi tutto è un brano veramente corale: è nato unendo quasi per caso un violento giro di basso di Gabriele con una melodia vocale che mi trascinavo dal liceo. Gli abbiamo dato una forma quasi completa con chitarra e basso, e appena arrivati in sala Enrico ha tirato fuori dal cilindro una batteria incredibile, come se ci stesse lavorando da mesi.
Il testo, poi, è veramente “terribile” (nel senso buono). La schiacciasassi è l’unico dei nostri brani che riesce sempre a darmi i brividi, anche se l’ho ascoltata e riascoltata fino allo sfinimento.

Enrico: La schiacciasassi (V brano). Meglio che andare a correre per un’ora in montagna.

Come siete cambiati rispetto al primo album ‘We Were Only Trying To Sleep’?

Davide: Siamo sicuramente cresciuti, in molti sensi. Abbiamo registrato e mixato il primo album in soli cinque intensissimi giorni, col grande Sacha Tilotta, mentre questa volta abbiamo ricercato sin dal primo momento un’idea precisa di suono, e abbiamo scelto di prendere tutto il tempo necessario per raggiungerla.
L’approccio al disco è stato completamente diverso, ma credo che questo nuovo EP sia la diretta evoluzione di una delle due anime che componevano il nostro primo album, cioè quella più chiara ed immediata. Per esplorare l’altra, vale a dire quella più scura e contorta, dovremo aspettare di tornare a chiuderci in studio.

Enrico: Niente, io continuo ad avere insonnia e non riesco a trovarvi rimedio.

Gabriele: Davide è passato da una Jazzmaster ad una Telecaster per colpa mia…

Cosa ne pensate della scena musicale attuale? Cosa salvereste e cosa cambiereste? 

Davide: So di poter sembrare provocatorio, ma questo è esattamente quello che penso: c’è molta poca musica nella scena musicale attuale. Sia chiaro che, fortunatamente, esistono ancora delle piccole isole felici da tutti i punti di vista, ma purtroppo vedo in giro molto, troppo esibizionismo e una quasi totale mancanza di idee e di novità.
Nessuno sembra interessato a scrivere veramente musica. I pezzi sembrano solo uno stratagemma pratico per riempire un disco che sarà poi venduto per motivi che hanno davvero poco a che fare con i pezzi stessi.

Il fatto stesso che oggi la musica “nuova” cada così spesso sotto le etichette “garage” e “dark wave” dovrebbe essere un campanello d’allarme che strilla già da un bel po’. Parallelamente, sembra che il pubblico si stia dividendo tra i nostalgici e chi si entusiasma con molto, molto poco. Buona parte dei nomi di punta che circolano ad alti livelli nei circuiti live sono grandissimi gruppi del passato che avevamo però dato per morti da decenni, e ben a ragione, forse anche questo dovrebbe indicare che c’è tanto che non sta funzionando, e non saprei dove cercare i segni di un’eventuale ripresa.

Enrico: Isolati sprazzi a parte (tipo Claudio Palumbo), non pervenuta.

Gabriele: C’è molta musica bella in giro, non mi lamento affatto…

Come vivete il rapporto con i Social Network. Pensate che la visibilità che offrono, al giorno d’oggi, questi mezzi di comunicazione sia più un bene o un male per la scena musicale?

Davide: La possibilità di farsi vedere e comunicare istantaneamente con chiunque, anche dall’altra parte del mondo, è sicuramente una risorsa enorme che non si può non sfruttare di questi tempi. C’è però anche il rovescio della medaglia, molto meno piacevole, che spesso diventa una necessità artificiale di farsi vedere a tutti i costi e in tutti i modi. Secondo me non è più “far vedere quello che si fa”, ma piuttosto “dover fare le cose per farle vedere”, e questo strappa ogni dignità a “ciò che si fa” nobilitando in modo sterile ed inutile la ricerca sfrenata di click da parte di gente che potrebbe anche non avere nessun interesse in quello che fai.

Enrico: Non so, debbo chiedere alla ragazza, lei non vuole che li usi.

Gabriele: Penso che usarli come surrogato della socializzazione sia inutile, li usiamo per segnalare le news che ci riguardano.

Quali saranno i vostri prossimi impegni?

Davide: Lavoreremo alla promozione del disco, sperando di farlo girare il più possibile e di farlo arrivare alle orecchie che potranno goderne di più. A proposito: il disco sarà presto disponibile in formato fisico e in download digitale sulla nostra pagina Bandcamp (lovelesswhizzkid.bandcamp.com). Abbiamo appena finito di lavorare ad un video con i fantastici ragazzi di “Ground’s Oranges”, un collettivo di videomaker catanesi. Il video comincerà a girare a breve, e possiamo già annunciarvi cose belle, strane e molto molto divertenti.

Infine abbiamo cominciato la collaborazione con Indigena Booking, e speriamo a breve di poter portare in giro il nostro live. Non dobbiamo mai dimenticare che solo sul palco possiamo ritrovare la nostra dimensione più autentica.

Enrico: Presentazione del disco a Catania (data da fissare) e tour in giro per l’Italia.

Gabriele: Ovviamente rileggere la nostra intervista su Radio Web in poltrona con una birra in mano.
Siamo arrivati a fine intervista. Grazie ai Loveless Whizzkid per essere stati ospiti su Radio Web Italia!

Grazie a voi dai Loveless Whizzkid al completo!

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