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Cisterna libro del regno dei Moso dove governano le donne

Al liceo Ramadù di Cisterna, lunedì 18 aprile, alle 10, la presentazione del libro dell’antropologa Francesca Rosati Freeman. Quale uomo accetterebbe di mantenere i figli delle sue sorelle invece dei propri? Quale società, quale governo, quale religione accetterebbero di eliminare la struttura della famiglia tradizionale per sostituirla con una famiglia estesa dalla quale sono esclusi i padri biologici? Eppure gli uomini Moso sono assolutamente felici di vivere come vivono, non si sentono defraudati in nulla e sono in totale simbiosi con la loro natura, perché la società Moso è costruita sul principio femminile del nutrimento, della cura e della non aggressività: la competizione, gli abusi sui bambini e sulle donne, lo stupro ‘non esistono’, perché non vige il principio di possesso né di proprietà (di beni né di persone). Questo è il mondo dei Moso, un popolo che ha ottenuto il riconoscimento delle Nazioni Unite come società priva di violenza e basata sul rispetto dei valori familiari e della persona.
I Moso sono una minoranza etnica matriarcale e matrilineare, che vive nello Yunnan (yun = nuvola; nan = sud), provincia sudoccidentale della Cina situata ai piedi dell’ Himalaya, ai confini con il Tibet, in un paesaggio di valli e montagne attraversato dal fiume Yangtze. Un’unica strada conduce al lago Lugu, “lago Madre” nella lingua dei Moso, a 2.700 metri sul livello del mare. Questa società straordinaria ci viene raccontata in un ricchissimo libro-studio dal titolo “Benvenuti nel paese delle donne”, e dal documentario “Nu-Guo: Nel Nome della Madre” della ricercatrice Francesca Rosati Freeman, che saranno presentati al Campus dei Licei “M. Ramadù” di Cisterna lunedì 18 aprile alle 10, un evento organizzato da agenzia Omicron. I Moso vivono in questa regione incantata dove sono strutturati in grandi famiglie a discendenza matrilineare. Questa società millenaria da sempre rifiuta il matrimonio. Persino durante la Rivoluzione culturale molte coppie tentarono di sottrarsi a un’imposizione che andava contro i loro stessi principi. Le coppie, infatti, non abitano sotto lo stesso tetto, ma passano la notte insieme per separarsi all’alba. Bizzarro, no? Pensate a una madre che redarguisce un figlio disubbidiente sotto la minaccia di farlo sposare, sottolinea l’autrice. Fra i Moso non è impossibile che accada. Qui si tollera meglio un’infedeltà che la violenza derivante dalla gelosia. «I Moso si amano, ma non si sposano. Considerano il matrimonio come un attacco alla famiglia stessa». Infatti, la cultura moso fa della separazione tra vita sentimentale e vita famigliare un principio irriducibile, l’unica eccezione concessa riguarda i funzionari di Stato, i quali hanno l’obbligo di contrarre matrimonio per fini istituzionali. Le relazioni tra uomo e donna avvengono nella più totale libertà sessuale, soprattutto da parte della donna: non esiste il concetto di proprietà della persona. Le loro relazioni affettive si basano sull’amore, sono disinteressate, non sono vincolate né da legame economico né giuridico, nella totale convinzione che non si costruisce su un sentimento così fragile come l’amore.
All’età di 13 anni avviene il passaggio alla vita adulta: la ragazza riceve il costume tradizionale, che indosserà da quel momento in ogni occasione di festa comunitaria. Riceve inoltre la chiave della “camera dei fiori”, dove porterà il suo innamorato. Anche il ragazzo riceve il costume tradizionale ma non la chiave. Nessun membro della comunità oserà infrangere la privatezza degli incontri amorosi: il rispetto della privacy è osservato da tutti. Quando due persone si piacciono, la donna conduce l’uomo nelle sua stanza dei fiori dalla quale, passata la notte, l’uomo se ne va. Per farvi ritorno il giorno dopo e quello dopo ancora. La segretezza accompagna la relazione fin quando non diventa stabile; a quel punto, la donna ne parla alla Dabu [la capofamiglia] che per l’occasione prepara una cena a cui parteciperanno le donne anziane più vicine alla famiglia. Il legame tra i due innamorati è detto “unione itinerante” proprio per il suo carattere non fisso: è l’uomo a spostarsi nella casa della compagna e vi continua ad andare ogni notte finché c’è amore tra i due. Quando il sentimento si esaurisce, l’uomo torna a dormire nella sua casa materna.
L’assenza del matrimonio non ha conseguenze sulla comunità: non vivendo insieme, non ci sono contrasti. Le donne hanno il controllo del proprio corpo e della propria sessualità.

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