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Maria Luigia, da Imperatrice dei francesi a Duchessa di Parma

Fra arredi sontuosi e sculture di Canova e Bartolini rivive alla Fondazione Magnani Rocca, presso Parma, l’epoca di colei che fu Imperatrice dei francesi.

Ad annunciare l’arrivo a Parma di Maria Luigia, moglie di Napoleone I, erano già arrivate da Parigi nel 1815 alcune casse contenenti mobili di eccelsa fattura. Con la Duchessa – l’anno seguente, proprio duecento anni fa – giunsero da Vienna gli incredibili mobili da toilette di Jean-Baptiste-Claude Odiot, con superbi bronzi di Pierre-Philippe Thomire, oltre a importanti sculture e a gioielli di foggia insuperabile. Fu lei stessa, in seguito, a curare personalmente l’ammodernamento degli ambienti di Corte contribuendo a caratterizzare indelebilmente il volto neoclassico della città. I mobili da lei scelti, nel più tipico stile Impero, sono in legno naturale con bronzi dorati, oppure impiallacciati in mogano; quelli in noce sono spesso patinati “a foggia d’acajou”; le commodes e i tavoli coperti di pregiati marmi, fra cui il Carrara.

Un nuovo stile, dunque, che prende il nome dal periodo in cui Napoleone, tra il 1804 e il 1815 è imperatore dei francesi, contraddistinto dalla solennità e maestosità degli arredi, progettati al fine di esaltare la potenza del nuovo regime, dominerà nei salotti buoni della città.

Non è dato sapere se i proprietari della Villa di Mamiano di allora, i marchesi Paulucci, di antica nobiltà forlivese, avessero accolto tali novità in fatto di gusto per il loro Palazzo Nuovo in costruzione dal 1811; risultato dall’ampliamento del complesso secentesco con torre centrale già esistente, divenne, tuttavia, una prestigiosa dimora. Il marchese Francesco Paulucci aveva, quindi, trasformato il parco creandovi viali alberati ed un notevole giardino all’italiana con immancabili siepi di bosso modificando infine anche il caseggiato rustico adiacente per ricavarne un’ampia serra a vetrate atta al ricovero delle piante di agrumi durante la stagione più fredda.

Per rivivere e rievocare i fasti luigini è necessario, indubbiamente, attendere la trasformazione dei saloni del Palazzo ad opera di Luigi Magnani. Fu Mario Praz, noto insegnante di letteratura inglese all’Università La Sapienza di Roma, a trasmettere a Magnani l’amore per lo stile Impero segnalandogli per circa un trentennio pezzi rari e di incomparabile valore, in un dialogo elettivo con pitture e sculture neoclassiche.

Ecco arrivare allora a Mamiano dalla villa di San Donato a Firenze della famiglia Demidoff, una coppa in scaglie di malachite sostenuta da un tronco di palma e tre chimere in bronzo dorato prodotta a Parigi verso il 1807 a firma di Thomire, il più importante cesellatore dell’Impero, noto a Maria Luigia per aver eseguito il mobile da toilette offertole dai parigini e per avere decorato la celebre culla del figlio, re di Roma. La coppa che, oggi, accoglie i visitatori all’entrata della Villa dei Capolavori, sede della Fondazione Magnani Rocca, rievoca un importante fatto storico: fu eseguita per lo zar di Russia Alessandro I e da questi donata a Napoleone in quel breve momento di riappacificazione fra Russia e Francia a seguito del trattato di Tilsitt del 1807. Sempre di Thomire sono i due maestosi flambeaux in bronzo dorato alti tre metri provenienti da un palazzo nobiliare di Vienna che ora impreziosiscono la sala dove è conservato il capolavoro di Goya La famiglia dell’infante don Luis.

Seguendo il filo rosso della storia il visitatore avvertirà le atmosfere di un’epoca in cui Napoleone seppe riconoscere all’arte la funzione primaria di veicolo di diffusione della propria fortuna chiamando presso la sua corte artisti capaci di combinare le esigenze di fasto e maestosità con la ricerca di grazia e levità. I mobili presenti nella collezione Magnani Rocca si ispirano agli antichi fasti egizi, greci e romani: ne sono esempi tipici la méridienne che trionfava a quei tempi tra i sofà, le sedute che presentano la caratteristica unione della gamba anteriore con il supporto del bracciolo, a volte risolto a intaglio scultoreo in forma di leone alato, sfinge o erma, le poltrone-trono riccamente ornate da intagli e rifinite a foglia oro e lo sgabello con le gambe a forma di X simile ai curuli dei magistrati dell’antica Roma tornato in auge anche in ragione del fatto che l’etichetta di corte riservava l’uso delle poltrone alla sola coppia imperiale. Non possono non essere menzionate le commodes che montano caratteristici piedi a plinto fasciato, detti anche a zampa da elefante e i secrètaires con piede a zampa ferina, piano in marmo e cassetti nascosti dietro ante decorate con bronzi dorati. Fra i meubles d’appui interessante il mobile in radica di olmo con piano in marmo nero d’Italia fabbricato da Jacob Desmalter, uno dei più noti ebanisti dell’Impero. Non mancano le consoles con forme strette e allungate; la più importante fu acquistata da Napoleone all’esposizione nazionale di Parigi del 1806 all’Hôtel des Invalides e racchiude nel piano in marmo bianco una cassa armonica. Fra i complementi d’arredo si segnalano gli immancabili guéridons, dalla tipica foggia a tripode, con tre gambe innestate su una predella sostenuta da piedi ferini, e l’athénienne a uso giardiniera. Anche l’arpa che, da semplice strumento musicale, si arricchisce di valenze di alta ebanisteria tanto da poter essere considerata a tutti gli effetti un elemento d’arredo, come già all’epoca di Maria Luigia, perciò considerato immancabile presso le classi più agiate. Così il fortepiano del 1810 a coda in radica di noce fabbricato a Vienna ci riporta ai viaggi della Duchessa nel paese natio e a quel pianoforte di egual foggia quotidianamente suonato dai figli di lei e del conte Adam von Neipperg, suo secondo marito.

Se vittorie alate, animali e sfingi in bronzo popolano ogni singolo oggetto, sono l’armonia e la lievità a caratterizzare le sculture di Antonio Canova e Lorenzo Bartolini, entrambi artisti legati alla storia dell’Impero. É grazie a queste che rivivono, idealmente, gli amori e gli affetti più cari alla nostra Duchessa; laddove Canova celebra il matrimonio fra Napoleone e Maria Luigia nel 1810 con la superba opera a lei dedicata in veste di Concordia, Bartolini commemora, nel 1829, la morte del suo più grande amore, il conte Neipperg, con il sepolcro marmoreo oggi nella Basilica di Santa Maria della Steccata di Parma. Due carriere artistiche, quelle dei due scultori, e due filosofie differenti, con un unico comune denominatore: entrambi ritrarranno Napoleone e i potenti dell’epoca, entrambi saranno amati più in Francia che in patria. Risulta suggestivo, allora, ipotizzare che la rivalità fra i due sia stata volutamente reiterata da Luigi Magnani acquistando la seducente scultura di Bartolini Ninfa del deserto, in qualità di Virtù assalita dal Vizio, abile prova di sintesi fra l’idealismo classico canoviano e l’attenzione al dato di realtà e l’algida Tersicore di Canova, musa della Danza e del canto corico, qui nell’insolita veste di Musa della Poesia lirica. Compiuta verso la fine del 1811, la statua era iniziata nel 1808 come ritratto di Alexandrine Bleschamps, seconda moglie di Lucien Bonaparte, fratello minore di Napoleone. Poiché non vi è alcuna relazione fra la sua fisionomia e quella della testa della statua compiuta nel 1811, si deve supporre che i committenti abbiano fatto cambiare a Canova la testa raffigurante la nobildonna con quella attuale, idealizzata e non riconducibile a un modello specifico. Ultima opera d’arte acquistata dal fondatore poco prima di morire, ci riporta al Salon di Parigi del 1813 in cui la neo-imperatrice Maria Luigia dovette dunque vederla esposta, accanto, però, al ritratto di Josephine, prima consorte e grande amore di Napoleone. Curioso, poi, collocarla, oggi, in dialogo diretto col ritratto eseguito da George Dawe di Maria Pavlovna Romanova, sorella non soltanto dello zar Alessandro I ma anche di Anna, candidata al trono di Francia insieme a Maria Luigia. Solo il diniego della zarina Maria Fëdorovna e l’attività politica del ministro Metternich faranno sì che la scelta cada sulla seconda, convincendo l’imperatore Francesco I a concedere sua figlia al nemico. E fu così che Maria Luigia, educata all’obbedienza, accettò «pazientemente e ragionevolmente la propria sorte».

Fondazione Magnani Rocca
via Fondazione Magnani Rocca 4, Mamiano di Traversetolo (Parma).
Orario continuato 10-19 (la biglietteria chiude alle 18). Lunedì chiuso. Aperto fino all’11 dicembre 2016

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