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A Sondrio, la grafica esplosiva di Massimo Dolcini

Dopo il successo dalla prima importante monografica che il Credito Valtellinese gli ha dedicato nell’estate 2015 a Fano, l’eccellenza dell’opera grafica di Massimo Dolcini raggiungerà Sondrio, negli spazi espositivi di Palazzo Sertoli e del MVSA Museo Valtellinese di Storia e Arte.

Massimo Dolcini è certo un protagonista della storia della grafica e della comunicazione italiana. Ma è anche di più: è infatti stato, con il suo lavoro, uno dei più convinti promotori della “cittadinanza attiva”. I cittadini, tutti i cittadini, nella sua visione della politica e della società, debbono sentirsi, ed essere, protagonisti delle scelte che li riguardano.
Per poter essere protagonisti, e non solo spettatori passivi, la prima necessità, il primo passaggio, è l’essere informati di ciò che la Pubblica Amministrazione, nel suo caso principalmente il Comune, sta facendo.

Dolcini, operando in un territorio all’epoca marginale come le Marche, si ricavò un ruolo da protagonista, meglio da apripista, per quella che sarebbe stata conosciuta come la “grafica di pubblica utilità”, ovvero la grafica al servizio degli utenti, dei cittadini. Espressione, e frutto, di quel particolare momento storico e politico vissuto dalle amministrazioni pubbliche tra il 1971 ed il 1989. E tuttavia più che mai attuale.

La mostra che a Sondrio rievoca l’attualità di quell’esperienza è curata da Mario Piazza, con la direzione di Cristina Quadrio Curzio e Leo Guerra. Consente di spaziare nell’immaginario del grafico e capire in profondità il suo pensiero e la sua opera. L’esposizione presenta Dolcini nei suoi molteplici volti: grafico, progettista, fotografo, disegnatore, ceramista, imprenditore, didatta, gastronomo, operatore culturale, manager, appassionato uomo civile e artista. Senza tralasciare un aspetto più privato e personale di Dolcini rappresentato, per esempio, dai taccuini che lui stesso disegnava per le figlie, presto pubblicati per la prima volta da Corraini Edizioni.

Dopo gli studi al Corso Superiore di Arte Grafica di Urbino con Albe Steiner e Michele Provinciali, nel 1971 viene incaricato della comunicazione del Comune di Pesaro. Sceglie la strada dell’approccio diretto, comunicativo, riconoscibile. L’obiettivo è di far “parlare” le Istituzioni con i cittadini, coinvolgendoli nel processo dell’amministrare la cosa pubblica. Attraverso i suoi manifesti dal segno inconfondibile, affissi quotidianamente sui muri pesaresi per oltre vent’anni, la cittadinanza veniva informata capillarmente di ogni evento di qualche rilevanza sociale, politica, culturale, urbanistica e sanitaria

“Il suo segno “grasso” procede per intuizioni che paiono semplici, ma che sono il risultato sintetico di scarti analitici fino ad arrivare al segno più elementare, che è anche il più narrativo e il più carico di memorie e “tradizioni” per ognuno di noi” scrive, a proposito di questa fase del lavoro di Dolcini, Italo Lupi. “Lo spessore del suo segno prevale sulla tipografia e sul lettering; nei suoi manifesti i colori si inseguono pastosi per giocare su una nuova tavolozza: di lontano si sentono gli echi formali certo non più di Steiner, quanto forse di un Michele Provinciali con la sua eleganza parmigiana e una contemporanea padana solidità, terragna ed empirica”.

In quegli anni egli definiva se stesso come “grafico condotto”, vedendosi come operatore impegnato in prima persona nel progetto sociale in cui immetteva tutto il suo talento. Nate per Pesaro e i pesaresi, le sue campagne di pubblica utilità diventano presto un vero punto di riferimento per la grafica in Italia, stimolando un dibattito di respiro nazionale sulla progettazione dell’immagine pubblica e facendo conoscere il lavoro di Dolcini e del suo studio Fuorischema a livello internazionale. La favorevole situazione economica e industriale del pesarese lo aiutò a tradurre in pratica l’idea di una evoluzione della figura di “artigiano-designer” ad una forma di “impresa della comunicazione”, come lui stesso soleva definirla e dove venisse preservata e potenziata la qualità del fare e la trasmissione e condivisione delle conoscenze.

In quest’ottica, negli ultimi anni – come annota Mario Piazza – la necessità di una riappropriazione diretta da parte di Dolcini delle tecniche della cultura materiale (illustrazione, tessitura, ceramica, orto, cucina…) diventa una necessità evidente, che di fatto affianca pariteticamente la dimensione strettamente professionale. Non si tratta affatto di divagazioni hobbystiche, ma la sintesi finale – o il germe iniziale – del percorso professionale e artistico, questi lavori rappresentano con esiti di grande originalità la pienezza contemporanea dell’uomo-artigiano alla Richard Sennett, che ci ricorda come: “le capacità dell’artigiano di scavare in profondità si situano al polo opposto di una società moderna che preferisce la superficialità, la formazione veloce.(…) Il fatto di imparare a svolgere bene un lavoro mette gli individui in grado di governarsi e dunque di diventare bravi cittadini. Il lavoro ben fatto è quindi anche un modello di cittadinanza consapevole. L’attitudine al fare, comune a tutti gli uomini, insegna a governare noi stessi e a entrare in relazione con altri cittadini su questo terreno comune.” Parole che Dolcini avrebbe di certo sottoscritto e approvato.

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