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“Niente di Meno”. Amidani e Stefanini: dalla corsia alla libreria

Più di un thriller.
Più di un romanzo.
Più di un elenco di biografie.
Più di una serie di storie, delle quali molte agghiaccianti, a cavallo fra cronaca, lievitante immaginazione , fantasie inespresse, raccontate da un figuro losco (solo uno dei protagonisti, di sicuro il meno rappresentabile), tanto normale quanto invisibile ma esistente, o comunque esistibile.

Più di un mero, probabilistico calcolo sul sopravvivere a un male incurabile o perire ubriachifradici di sofferenze.
Più di un variegato elenco di individui dai simili tratti apparenti e nella sostanza inquietantemente opposti.

Di più, molto molto molto di più.
Niente (letteralmente niente) meno di tutto ciò è quest’opera, felicemente firmata in tandem da Franco Stefanini e Roberta Giulia Amidani, edita da Albatros, recentemente catapultata nelle affollate (ma non di cotanta specie) librerie italiane.
Ed è poco meno, molto poco meno di un quasi capolavoro – sottolineando il quasi – di originalità letteraria, in una giungla tachicardica ove (in campo medico): o si fa coraggiosa denuncia rischiando (oltre altro) di risultare noiosetti, accademici, disfattisti, terroristi mediatico-salutistici, citando numeri e colorando di globuli bianchi e rossi pagine e pagine di malasanità; o si spicca il volo verso le mete pindariche della pura invenzione.
Le due intrepide penne non imboccano nessuna – singola – delle due corsie e guidano, spericolate, a carreggiata unica senza spartitraffico o guard rail di protezione; si impelagano in avvincenti trame amare, dal potere persuasivo di storie reali e realistiche, imbastite per ago, filo e segno, con la voce stridula, dal retrogusto ematico, di figure inquietanti che ci incollano alla lettura.
Pagine che odorano di inchiostro e incartamenti; di alcool, ovatta e acqua ossigenata, imbibite di dialoghi asciutti, ironici, spiazzanti.
Tra ricoveri e corsie , sale operatorie, garage e sottoscala, case borghesi e donne altolocate o poveri cristi, l’ombra della trama, certosinamente sagomata nel lessico, imbastisce punti e suture letterarie, ci si cuce addosso, col fiato sulla cervicale, rigo dopo rigo, respiro dopo respiro, fra lacci emostatici e monitor a tratto piatto.
Fino a che, sotto la coltre dei ricordi, la memoria scava scovando “A livella” decurtisiana con la sua democratica, amara, tenera e implacabile capacità di riportare tutti su un piano non evitabile di par condicio umana.
Uguaglianza di respiro eterno, raggiunta e raggiungibile a dispetto di clamori e gesta terrene.
Quasi pari omologazione che il Meno del libro riesce a consegnarci, ben truccata e imparruccata da coerente pietas, attraverso una dignitosa efferatezza, in punta di piedi, silente e invisibile.
In un fin di vita che la vita non mortifica privando la morte di mortale sofferenza.

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