Napoli 800 Scuderie Quirinale

Le Scuderie del Quirinale presenta la mostra Napoli Ottocento


Napoli Ottocento, è il titolo della mostra presente alle Scuderie del Quirinale a Roma.

Di seguito le parole di Giulia Ciarapica, scrittrice e grande amica delle Scuderie, che ci porterà tra le pagine della letteratura dell’Ottocento Napoletano e non solo. 

“Una delle città più descritte e attraversate dall’immaginazione di scrittori e lettori è sicuramente Napoli. Non solo per il genio letterario, ma perché proprio questo genio viene alimentato da una ricchezza artistica e naturale, di paesaggi e di atmosfere – a tratti oniriche e a tratti molto realistiche, quasi crude – che forse pochi altri luoghi in Italia (e chissà, magari nel mondo!) possono offrire.

Ambientare le opere all’ombra del Vesuvio, per gli scrittori – napoletani e non – significa accettare che la città diventi un personaggio e non si limiti a fare da sfondo. Possiamo azzardare che talvolta, Napoli, ha avuto così tanto da dire (e anche da nascondere…) da risultare “ingombrante”. Pensate ai numerosi rapporti che si sono creati (anche letterariamente) fra Napoli e le persone che l’hanno vissuta: Napoli e il dolore, Napoli e la malizia, Napoli e la miseria, Napoli e lo spirito d’umanità. Napoli al centro e gli uomini a gravitarle intorno, un fuoco e una luce ma anche buchi neri e vicoli di terrore. A Napoli, insomma, sembra esserci proprio tutto. Ma come è cambiata la percezione di questa città nell’andar del tempo? E in particolare, cosa resta nella letteratura italiana del Novecento, della Napoli ottocentesca di – ad esempio – Francesco Mastriani? Proviamo a scoprirlo insieme.

Chi era, innanzitutto, Mastriani? Beh, tantissime cose: un giornalista letterario, un romanziere d’appendice, un critico e un autore teatrale, ma fu anche un vero e proprio “caso” nella Napoli dell’Ottocento. Scrisse talmente tante opere che il figlio, dopo la sua morte, ne contò addirittura novecento (detto fra noi, potrebbe aver esagerato un po’). In ogni caso, Mastriani con l’opera “Il mio cadavere”, del 1852, inaugura ufficialmente il genere del giallo all’italiana. Se l’autore partenopeo non fu fortunatissimo in termini di marketing, lo fu comunque fra i suoi colleghi e conterranei, che lo definirono il precursore di Conan Doyle. I suoi saranno pure stati romanzi d’appendice – genere che, per molto tempo, venne considerato “trivial-literatur” – ma hanno avuto il merito di inserirsi in quella letteratura nazionalpopolare che ha appassionato milioni di lettori. Romanzi cupi e ricchi di suspense, che evocano le atmosfere di una città violenta in cui l’abbattimento di qualsiasi morale nasce da un’esigenza di giustizia sociale mai ottenuta. Storie di degrado e di codici d’onore, ma anche di dolore puro che gridano non vendetta fine a sé stessa ma denuncia politica.

E se da un lato Francesco Mastriani fu un innovatore e uno sperimentatore letterario, dall’altro dobbiamo sottolineare che fu pure un testimone acuto e sensibile degli albori di un periodo fondamentale per capire le contraddizioni di questa città dai mille volti. Ma non di soli Mastriani è vissuta la Napoli letteraria di fine Ottocento – primo Novecento. Un’altra testimone imprescindibile di quel momento storico, fatto di grandi cambiamenti, fu Matilde Serao.

Scrittrice, giornalista e fondatrice de “Il Mattino” (è stata la prima donna a fondare un quotidiano!), Serao fu narratrice fedelissima di una Napoli autentica e schietta. Nata a Patrasso nel 1856, la giovane Matilde assorbì fin da subito, grazie al lavoro paterno e al contatto costante con le redazioni giornalistiche, la passione per il cosiddetto “mestiere delle parole”. Fu lei a darci uno spaccato veritiero della vita partenopea di fine secolo con “Il ventre di Napoli”. Questo romanzo sociale pubblicato dai fratelli Treves descrive minuziosamente le condizioni della Napoli degli ultimi anni dell’Ottocento, e si sofferma in particolare sullo stato di degrado in cui versava la maggioranza della popolazione, non a caso il punto di partenza della narrazione di Serao fu l’epidemia di colera che colpì la città proprio nel 1884. Ma nonostante le condizioni complesse, nonostante venga fuori – netta e senza indugi – la famosa “Questione meridionale”, la scrittrice mette in luce la potentissima capacità dei napoletani di resistere e di sopravvivere, rispondendo alla malattia e alla morte con riti occulti e consuetudini pagane di ogni specie. Senza dubbio, è grazie al racconto senza filtri della realtà più buia, che Matilde Serao fa emergere la meraviglia di Napoli.

Ma se iniziassimo a spingerci in là negli anni e arrivassimo a toccare non solo le sponde ma anche il cuore del Novecento, chi potremmo trovare? Avete indovinato. Stiamo parlando di Anna Maria Ortese e di Elena Ferrante, che costruiscono due narrazioni diverse e in un certo senso misteriose di una delle città più belle del mondo. Andiamo con ordine.

Qual è il dettaglio che vi fa un po’ storcere il naso? Di Elena Ferrante non sappiamo praticamente nulla, poiché la sua identità è rimasta celata fino a oggi. Perciò chissà, potrebbe anche non essere una o un napoletana/o doc… E Anna Maria Ortese? Non è napoletana di origine, perché nacque a Roma nel 1914. Cosa c’entrano con Napoli? Il fatto che l’abbiano descritta attraverso opere magistrali.

Nel 1953 Ortese pubblica “Il mare non bagna Napoli”, un libro nato dall’incontro della scrittrice con una città da poco uscita dalla guerra, ancora a pezzi, ma che nonostante tutto rimarrà nella sua vita per sempre. Ritenuta dai critici una delle più grandi autrici del Novecento, Ortese con questo libro si auto confinerà, in un certo senso, in un esilio piuttosto doloroso, perché attorno al suo testo nascerà una polemica che le inimicherà molti giornalisti e soprattutto il popolo partenopeo. “Feroce e cara” la definisce in una lettera a Franz Haas, perché quella raccolta di racconti e reportage giornalistici forniscono al lettore un’immagine desolata e scomposta della città post conflitto mondiale. Anna Maria Ortese rappresenta Napoli, città variopinta per antonomasia, come priva di qualsiasi colore e vivacità, cosa che invece non accade nella quadrilogia di Elena Ferrante, “L’amica geniale”, da cui è stata tratta anche una fortunatissima serie televisiva. Le vicende di Lila e Lenù si svolgono nell’Italia del dopoguerra e Napoli resta uno dei personaggi centrali dell’intera narrazione. Non è solo lo scenario in cui si muovono le bambine prima e le adulte poi, ma è una vera protagonista di cui vengono evidenziate brutalità e bellezza, stupore e sofferenza. Una realtà a tutto tondo, in cui la parola d’ordine è: vita. La Napoli di Elena Ferrante straborda di vita, in tutti i sensi. Il Rione Luzzati, Piazza Plebiscito, Piazza dei Martiri, Port’Alba: per l’autrice, e quindi per i lettori, Napoli diventa l’espressione più completa dell’entusiasmo, dell’amore per i libri e della passione – anche quella più spinta, anche quella più dolorosa.

Insomma, una città da scoprire e riscoprire a ogni visita, una città che non possiede un dialetto ma una lingua alternativa all’italiano, musicale e ritmica; un luogo che trasuda umanità da ogni singolo scorcio. La nostra città geniale, in tutti i sensi” – Giulia Ciarapica

La mostra vi aspetta tutti i giorni dalle 10:00 alle 20:00.

Comunicato Stampa: Scuderie del Quirinale


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